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Adaptive Fashion, un nuovo modo di vestire la disabilità

Disabilità in passerella senza barriere.

Adaptive Fashion, la moda indirizzata alle persone affette da disabilità, studiata e disegnata sopra corpi con differenti forme ed esigenze, per permettere a chiunque di indossare abiti d’alta moda. Ma molto altro, l’adaptive fashion è la possibilità di liberarsi forse definitivamente della concezione del “corpo perfetto” che troppo spesso si vede sfilare sulle passerelle ma che è bel lontano dalla realtà.

Sfilate, moda, collezioni e campagne pubblicitarie con persone in sedie a rotelle o senza arti sono il nuovo messaggio inviato dall’adaptive fashion che al momento è molto attivo e seguito in America, ma anche l’Italia, punto di riferimento europeo per la moda, si sta avvicinando a questa nuova moda.

Alexander McQueen

Alexander McQueen diede il via, vent’anni fa, a quella che in seguito sarebbe diventata l’adaptive fashion facendo sfilare Aiméè Mullins con delle protesi in legno intagliate da lui stesso. A quell’epoca la modella rappresentò un vero e proprio shock per l’idea comune del concetto stesso di “moda”. Il dibattito, però, restà chiuso per molti anni.

Il dibattito riaperto:

A riaprire nuovamente e rumorosamente il dibattito sulla moda per disabili è stata la casa di moda Tommy Hilfiger, che nel 2016 ha creato una linea di abbigliamento indirizzata a bambini affetti da disabilità, rilanciando nuovamente subito dopo con la Tommy Adaptive una linea dedicata interamente agli adulti affetti da disabilità fisica. Vi erano stati però alcuni esempi precedenti, nel 2014 Danielle Sheypuk aveva fatto sfilare, durante la settimana della moda a New York, una modella in carrozzina con lo slogan “Role models, not runway models”, mentre Chavarria aveva portato in passerella un modello amputato ad un braccio.

I brand adaptive fashion:

Target

Nel 2018 la catena americana Target si è allineata con il lancio dell’adaptive fashion, indirizzando la propria attenzione verso l’abbigliamento casual. Un abbigliamento facile da indossare e con modifiche quasi personalizzate in base alle necessità di vestizione legate ad ogni singola disabilità.

Aerie

Lingerie e sorrisi sbarazzini, su questo si basa la campagna di Aerie del 2014, dove donne con vitiligine, amputate e con il sacchetto della colostomia posano in biancheria intima senza vergogna né per il proprio corpo né per la propria disabilità mandando un messaggio molto importante a tutte le donne che hanno difficoltà ad accettare i propri piccoli difetti. Vedersi rappresentate su una rivista d’alta moda o su un cartellone esposto in una città è una vera e propria rivoluzione psicologica per le persone affette da disabilità.

Adaptive fashion: Mercato di nicchia?

L’adaptive fashion può definirsi un mercato di nicchia? No, perché sono molti i disabili pronti a spendere per indossare capi d’alta moda e non, costruiti per il proprio corpo e facili da indossare. Tale concezione nel 2017 ha fatto sviluppare una campagna in Inghilterra legata all’abbattimento delle barriere architettoniche nei negozi di abbigliamento, favorendo la presenza di capi facenti parti dell’adaptive fashion.

I testimoni negli USA

Negli Usa sono molti i testimoni legati all’adaptive fashion: Chelsea Werner, affetta dalla sindrome di Down comparsa in lingerie nella campagna Aerie, Mama Cax, amputata ad una gamba e modella per Chromat, Jillian Mercado, affetta da distrofia muscolare.

I testimoni in Italia

L’esempio più recente legato all’adaptive fashion è la campionessa paralimpica Bebe Vio, diventata ambasciatrice della Maison Dior per cui ha sfilato e posato. Nel 2018 il concorso Miss Italia ha visto la partecipazione di Chiara Bordi, amputata ad una gamba dopo un incidente stradale.
Attualmente esiste in Italia un’agenzia legata alle modelle affette da disabilità, avvicinando sempre più la moda italiana verso l’inclusione. Sono stati inoltre ospitate numerose sfilate a Roma e a Milano dove le modelle sono state vestite da Urzi, Cruciani e Balestra.
La strada intrapresa dalla moda italiana sembra essere molto buona e altamente inclusiva ma senza dubbio, c’è ancora molto da fare per un’inclusione completa.

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